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Tim Morrison, un ricordo

NOTIZIE DA ALBEROANDRONICO.

1993: il primo Nobel a una scrittrice afroamericana.

Chloe Anthony Wofford, il vero nome della scrittrice, era nata in Ohio nel 1931, famiglia operaia emigrata dall’Alabama nella speranza di sfuggire ad un razzismo che ormai sfidava apertamente anche le leggi. Lorain, cittadina affacciata sui grandi laghi che separano gli Stati Uniti dal Canada. Un giorno il padrone di casa, lei bambina piccolissima, si presentò dai suoi genitori: piuttosto che lasciar vivere dei negri morosi nel suo appartamento avrebbe preferito dargli fuoco. E lo fece.
Cambiarono casa, ma soprattutto capirono l’andazzo: qui la legge, quella della strada, quella che vi considererà sempre dei miserabili, non cambia.

Tim si laurea nel 1953 in Letteratura inglese alla Howard, l’Università dei neri di Washington, mentre Frantz Fanon pubblica dal suo gabinetto psichiatrico in Algeria Pelle nera, maschere bianche. Inizia la carriera di docente, e la sua lunga riflessione politica sulla negritudine, sulla gabbia che imprigiona ogni istante della vita di una persona di colore nel momento in cui su di lei si posa lo sguardo bianco: per tutta la letteratura americana, per Hemingway o Faulkner, i bianchi erano gli avvocati, i delinquenti, gli alcolizzati, i soldati o i donnaioli; i neri erano ancora i neri. Il linguaggio assume un ruolo importante nella formazione di una coscienza e di una consapevolezza individuale. Esprimersi con il linguaggio dell’America bianca comporta l’accettazione, volontaria o coercitiva, della cultura bianca, inclusa l’identificazione del nero come simbolo del miserabile. I valori culturali dominanti, quando vengono assimilati e interiorizzati, creano una frattura fra la coscienza, la consapevolezza del “nero” e il suo corpo. Dentro questa frattura – siamo sicuri abbia nel frattempo letto Fanon – si insinueranno tutti i suoi romanzi. Tim si batte, fino ad ottenerla, per l’istituzione di una cattedra di Letteratura afroamericana.

Il suo esordio di scrittrice, quarantenne, avviene nel 1970 con L’occhio più azzurro: una bambina nera di Lorain, Ohio, cresce con il sogno di avere gli occhi più azzurri del mondo, più di Shirley Temple nella pubblicità del latte, oltre gli sguardi di repulsione e di commiserazione che la attanagliano. Li otterrà con la perdita del bambino concepito per essere stata violentata dal padre. Li otterrà ostinatamente, epicamente, straordinariamente, attraverso la follia.
Tim stabilisce già dal primo romanzo quale sarà la sua lezione: le vittime vanno guardate in faccia quando esprimono la loro condizione, il loro degrado; una vittima innocente racconta solo della sua innocenza, una vittima colpevole racconta dell’ingiustizia della sua segregazione. Del resto, di fronte al tema del femminismo, la sua risposta è il womanism, ovvero la sua variante afroamericana: “Le donne nere – scrive – difendono i loro uomini, perché lì fuori glieli ammazzano”.

Nel 1988, dopo la collaborazione con Alice Walker alla sceneggiatura de Il colore viola, vince il Pulitzer con il romanzo Beloved, tradotto in italiano con Amatissima: la storia vera di una donna che non riuscirà mai a sfuggire al ricordo della figlia da lei stessa uccisa, durante il tentativo di fuga dalla piantagione dove viveva come schiava, perché non dovesse più vivere in quella condizione. Su questo tema tornerà più tardi, nel 2008, con Il dono.

Viene premiata con il Nobel per la Letteratura nel 1993, mentre insegna finalmente Letteratura afroamericana a Princeton. La sua attività di narratrice si dirada, a vantaggio di quella accademica e degli studi sull’identità del linguaggio afroamericano. Ci lascia a 88 anni, per le complicazioni di una polmonite. Di lei ricorderemo, attraverso le sue figure estreme, strazianti, brutali, una dote che è riuscita addirittura a volare più in alto delle sue stesse nobili intenzioni: la sua straordinaria sensibilità umana. Anzi, sensibilità universale.

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